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domenica 15 maggio 2016

The sound of silence


 "Work hard in silence, and let your success be the noise."


E' un uomo complesso, composto da chiaroscuri decisi, molte ombre e infiniti contrasti. Lo è sempre stato, e ad un certo punto della sua vita ha portato l'arte della contrapposizione ad un livello superiore. Il suo più grande successo risiede nell'essere diventato -all'esterno- la personificazione della calma e nascondere in essa la sua vera natura. Sembra un uomo quieto; con movimenti pacati e sciolti che solo in caso di necessità ne rivelano la muscolatura scattante, altamente reattiva.
I suoi silenzi sono un imbroglio. Forse il suo scherzo meglio riuscito. Usa il silenzio come un cappotto confortevole; una zona di conforto in cui centellinare parole e limitarsi all'indispensabile, così da lasciare la sua mente libera di vagare in mille direzioni diverse. Il silenzio è un' arma: induce   altri ad esporsi, anche solo tramite le loro domande. Rende complesso il processo di conoscenza. Il silenzio è potere: talvolta induce disagio. Stabilisce confini privati di autoprotezione alimentati da un istinto di sopravvivenza antico, sanguigno. Elabora piani d'azione nei meandri di un intelletto sempre in movimento, in contrasto con i muscoli tenuti in stato di quiete fino a quando non si renda necessario un intervento diverso.
Pianifica. Elabora. Sperimenta prima con la testa e poi con il corpo. Come Rebecca non sembra in grado di restare ferma per più di cinque minuti senza soffrire, per Lucas Black diventa complicato  non essere in grado di passare da uno stato di quiete -non importa quanto prolungata sia- all'esperienza fisica e materiale.
Il silenzio è un amico fedele, in cui inseguire mille riflessioni diverse sino al momento in cui sia possibile decidere una strada -tra le tante- da percorrere. Ed è in quel momento, nell'attimo in cui la quiete si spezza a favore dell'azione, che il vuoto di parole assume contorni roboanti. 

Persino quando osserva i documentari naturalistici di cui è appassionato non lo fa con mente quieta, ma con l'indole di un predatore che ne studia altri ed assorbe, impara, memorizza. 
Osserva le  tecniche di caccia dell'orso bianco, che attira le foche in superficie battendo sul ghiaccio e poi le ghermisce con artigli letali, assimilandole nella sua mente alle trappole preparate per attirare criminali allo scoperto. Studia il comportamento dei Lupi, che si muovono in branco e mandano avanti i fratelli più deboli, che costituiscano la prima barriera nei confronti di predatori affamati, e concedano dunque al resto del branco di intervenire per sancirne la supremazia.
Analizza le somiglianze tra le tattiche di accerchiamento degli squali e degli orsi bruni. La furbizia dell'orso canadese che si ciba di salmoni, spesso non dovendo fare altro che spalancare le fauci ed attendere che il pesce vi salti da solo durante la sua corsa per la riproduzione. Da ogni predatore, da ogni situazione, da ogni comportamento animale che riesca ad osservare con attenzione lui assorbe qualcosa, da trasportare nella sua esperienza vitale. Da riutilizzare nell'esercizio delle sue funzioni.

Lucas Black giace immobile in un letto d'ospedale da quasi 70 ore: il silenzio, da alleato, si sta trasformando in una prigione. Non c'è possibilità di sperimentare nulla, di esperire nulla; non può mutare da uno stato di quiete ad uno stato di azione: è, semplicemente, inerte. Una condizione logorante, capace di alimentare angosce e timori estremamente difficili da tenere a bada. La frustrazione e l'impotenza rendono la mente meno lucida, fiaccano lo spirito, lo traggono in inganno;  lo inducono a paventare gli scenari peggiori per pianificare le azioni successive e ideare soluzioni alternative. Nessuna delle quali si rivela ideale. Tale insoddisfacente risultato lo porta inevitabilmente a considerare piani alternativi, con finali discutibili e pieni di ombre.

Lucas Black è immerso nel suo incubo peggiore, e non è ancora riuscito a trovare la chiave necessaria ad uscirne. Nemmeno l'odio viscerale e sincero che gli incendia le vene e gli riempie la testa con tetri propositi di vendetta non è sufficiente a spezzare le catene invisibili che lo trattengono. Prigioniero di un corpo fallibile e spezzato, sa esattamente ciò che vuole ottenere -arriva persino a strappare promesse impossibili alla Dottoressa che lo segue- ma non sa più quale sia il percorso utile al raggiungimento dell'obiettivo.

Alzarsi. Camminare. Sposare Rebecca King. Tornare a combattere. Fare giustizia.

Alzarsi. Camminare. Sposare Rebecca King. Tornare a combattere.

Alzarsi. Camminare. Sposare Rebecca King.

Sposare Rebecca King.


Una parte di lui si chiede se questa condizione non sia il semplice risultato di tutti i suoi peccati. Il capriccio del destino; la richiesta di un'espiazione ben più dura e feroce di quella che lui già si impone ogni giorno. Una parte di lui non vuole davvero una risposta a questa domanda: può ambire davvero alla felicità? O si tratta solo di mere illusioni strappate coi denti ad una realtà di tutt'altra opinione?

Preferisce concentrare le energie su altro ed isolarsi da quella realtà, per comunicare con se stesso: 
"Dì al tuo cervello, di dire al tuo braccio, di dire alla tua mano, di muovere le dita.  Dì al tuo cervello, di dire al tuo braccio, di dire alla tua mano, di muovere le dita. Dì al tuo cervello, di dire al tuo braccio, di dire alla tua mano, di muovere le dita. Dì al tuo cervello, di dire al tuo braccio, di dire alla tua mano, di muovere le dita. Dì al tuo cervello, di dire al tuo braccio, di dire alla tua mano, di muovere le dita. Dì al tuo cervello, di dire al tuo braccio, di dire alla tua mano, di muovere le dita..."





 I was a stranger in my own skin
Seven layers graced and wearing thin
I was a stranger in my own skin
To seven layers I've been hiding in









martedì 10 maggio 2016

Oh darling, what have I done

Philadelphia; maggio 2014



- Si accomodi, agente Black.


La Dottoressa Sharon Brewster ha una bassa voce morbida, accomodante quando l'invito che gli ha appena offerto. Si è sempre chiesto se sia una caratteristica naturale oppure se Sharon Brewster si sia impegnata a beneficio dei suoi pazienti.

La stanza è luminosa, di pianta quadrata, con grandi finestre che si affacciano sul Logan Circle, quadri pieni di colore alle pareti e una libreria ordinata: tutto sapientemente mescolato con colori tenui e tinte pastello che invitano alla calma quanto la fontana nebulizzatrice che spande un lieve aroma di lavanda nell'aria.
Lucas oltrepassa il tavolino su cui poggia un vaso di orchidee bianche e si siede sul divano scuro, fronteggiando la poltrona su cui si è accomodata lei. E' silenzioso, come ogni volta quando mette piede lì dentro: è obbligato ad andare, ma non muore dalla voglia di parlare.
Si è tolto la divisa e, benché sia armato, sono abiti civili quelli che sfoggia adesso: sotto la giacca di pelle, spunta il colletto della camicia azzurra che gli ha regalato Rebecca tempo prima.
Seduto composto, con il busto eretto ed i piedi ben piantati a terra fa scorrere i palmi sulle cosce, strofinandoli sul tessuto dei jeans. Gli occhi grigi viaggiano per qualche istante sui dettagli dello studio, poi si abbattono sul viso della Dottoressa.

- Non possiamo trascorrere la prossima ora in silenzio. Questo lo sa.

Sharon Brewster gli ripete le stesse cose ogni settimana, da quando è tornato. E' già stata assegnata a lui altre volte in passato, ma in questo frangente le cose si sono fatte più complesse, ed è chiara la preoccupazione che le viaggia nello sguardo, dietro le lenti degli occhiali da vista.
Lucas la guarda e tace: non è ostilità, e nemmeno ostinazione. Si tratta piuttosto di un serio problema di comunicazione, che di norma riuscirebbe a superare pur con fatica, ma in questo frangente risulta decisamente ostico.

- Lei può parlare.

Le risponde, dopo un po'. Non c'è ironia nella voce, e sembra assolutamente serio anche nell'espressione. L'atteggiamento poco rilassato, di chiusura, è denotato dalle braccia annodate sul petto. Gli occhi vigilano mobili sul viso della Dottoressa, che gli sorride e scuote la testa, mentre boccoli biondi sfuggono al chignon e le ricadono lungo le gote.

- Va bene. Facciamo così: check generale?
- ...alright.

Domande mirate, a cui rispondere onestamente. Una check list che può affrontare, o così pare.

- Come vanno le cose al lavoro?
- Nel mio lavoro non va mai bene, Doc.
- Certo. Ma come si trova con il suo rientro? Si sta inserendo?
- Sì. Sto lavorando.
- Come si trova coi colleghi, vecchi e nuovi?
- Tutto normale.
- Nessun problema di inserimento?
- Non mi pare.
- Ha fatto nuove amicizie?
- Ho conosciuto nuovi colleghi.
- Qualcuno che le piacerebbe frequentare?
- Sa già chi mi piace frequentare. Nulla di nuovo. Well, forse uno.
- Forse?
- Sul lavoro non c'è tempo di socializzare troppo.
- Ma con Rebecca lo ha fatto.
- Con lei è diverso. L'ho incontrata prima. 
- Mh. E come vanno le cose tra voi, adesso? 
- Bene.

C'è la solita sintesi, ma anche  una convinzione nuova, che la Dottoressa non fatica ad individuare.

- E' successo qualcosa di nuovo, con Rebecca?
- Sì.

Ora Lucas sembra quasi sorridere. E' una curva così rapida e scivolosa che a Sharon Brewster sembra quasi averlo immaginato. Ma riesce a raccogliere la provocazione e continua, pazientemente, ad inondarlo di domande come se fossero gocce sulla roccia.

- Che cosa?
- Le ho chiesto di sposarmi. E mi ha detto di sì.

Sharon Brewster è sorpresa, e non lo nasconde. Lo osserva a lungo, piegando la testa di lato in modo quasi impercettibile. Come chi abbia davanti un rompicapo che lascia confusi, e allo stesso tempo scatena l'interesse.

- Questa è una ottima notizia. Congratulazioni, Agente Black. Sembra che lei abbia superato la sua paura.
- Grazie. ...Aspetti a farmele quando saremo sposati.
- Ha dei dubbi al riguardo?
- Assolutamente nessuno. Ma i guai sono sempre dietro l'angolo.
- Abbiamo già parlato di questo suo atteggiamento negativo. Non l'aiuterà a lasciarsi alle spalle quello che è accaduto.

Lucas Black  si irrigidisce, perdendo ogni traccia di quella morbidezza che il pensiero di Rebecca gli aveva instillato sotto pelle.

- Perché non è possibile farlo. 
- Deve farlo, Agente Black. O continuerà a consumarsi, e  a non dormire, fino a quando non riuscirà più svolgere il suo lavoro. E' questo che vuole?
- Ci sono cose che non possono essere semplicemente dimenticate.
- Nessuno le chiede di dimenticare. Ma io ho letto il suo fascicolo, e lei non ha assolutamente nulla di cui biasimarsi.
- Questo lo dice lei.
- Lo dico io, e lo dicono tutti i suoi superiori, e chiunque abbia una security clearance che possa fornire dettagli su quanto accaduto. Lei ha svolto il suo compito e ha agito in modo da preservare la sua vita e quella dei suoi compagni.
- Ho fatto quel che dovevo. Non significa che sia stato giusto.