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sabato 14 maggio 2016

High Hopes


Cyrus è seduto accano al letto, e fa di tutto per dominare la tensione nervosa. Non vuole farsi vedere da Lucas.

- Non preoccuparti per i cani. Ci penso io. Tu pensa solo a rimetterti e prepararti al matrimonio.
- ...sempre che riesca a rimettermi in piedi.
- Non ci provare nemmeno, Black. Tu non ti puoi arrendere, hai capito? Promettimelo!

Lucas vede l'amico scattare in piedi, spingergli addosso tutta la sua determinazione. Immobilizzato in un letto come una marionetta cui abbiano tagliato i fili, tiene lo sguardo verso l'alto, incollato al profilo di Cyrus. Il silenzio è lungo e rumoroso come il più roboante dei tuoni.
Con il collo e la testa bloccati dal collare chirurgico, l'unico segno di assenso che può  donargli è un battito delle palpebre.

- I promise.



***

- I kinda made a deal, with god. Prayed  for you. For us.

Rebecca è nel letto accanto al suo, avvicinato così tanto che sembrano gli ospiti di una suite matrimoniale dell'ospedale. Riesce a percepire la portata del suo affetto attaverso ogni tocco che gli regala sul viso, con una costanza nuova e capace di commuoverlo. Lo rapisce al punto tale da fargli quasi dimenticare il vero incubo che sta vivendo, almeno per un po'.

- Sposiamoci ora. Qui, tanto pare che hai ritrovato la fede, ah?
- Sì. ...Prima però lascia che riesca a muovere almeno un alluce. Voglio portarti in piedi, all'altare. E godermi la prima notte di nozze.
- Ecco... Parlami della prima notte di nozze.









 

martedì 10 maggio 2016

Oh darling, what have I done

Philadelphia; maggio 2014



- Si accomodi, agente Black.


La Dottoressa Sharon Brewster ha una bassa voce morbida, accomodante quando l'invito che gli ha appena offerto. Si è sempre chiesto se sia una caratteristica naturale oppure se Sharon Brewster si sia impegnata a beneficio dei suoi pazienti.

La stanza è luminosa, di pianta quadrata, con grandi finestre che si affacciano sul Logan Circle, quadri pieni di colore alle pareti e una libreria ordinata: tutto sapientemente mescolato con colori tenui e tinte pastello che invitano alla calma quanto la fontana nebulizzatrice che spande un lieve aroma di lavanda nell'aria.
Lucas oltrepassa il tavolino su cui poggia un vaso di orchidee bianche e si siede sul divano scuro, fronteggiando la poltrona su cui si è accomodata lei. E' silenzioso, come ogni volta quando mette piede lì dentro: è obbligato ad andare, ma non muore dalla voglia di parlare.
Si è tolto la divisa e, benché sia armato, sono abiti civili quelli che sfoggia adesso: sotto la giacca di pelle, spunta il colletto della camicia azzurra che gli ha regalato Rebecca tempo prima.
Seduto composto, con il busto eretto ed i piedi ben piantati a terra fa scorrere i palmi sulle cosce, strofinandoli sul tessuto dei jeans. Gli occhi grigi viaggiano per qualche istante sui dettagli dello studio, poi si abbattono sul viso della Dottoressa.

- Non possiamo trascorrere la prossima ora in silenzio. Questo lo sa.

Sharon Brewster gli ripete le stesse cose ogni settimana, da quando è tornato. E' già stata assegnata a lui altre volte in passato, ma in questo frangente le cose si sono fatte più complesse, ed è chiara la preoccupazione che le viaggia nello sguardo, dietro le lenti degli occhiali da vista.
Lucas la guarda e tace: non è ostilità, e nemmeno ostinazione. Si tratta piuttosto di un serio problema di comunicazione, che di norma riuscirebbe a superare pur con fatica, ma in questo frangente risulta decisamente ostico.

- Lei può parlare.

Le risponde, dopo un po'. Non c'è ironia nella voce, e sembra assolutamente serio anche nell'espressione. L'atteggiamento poco rilassato, di chiusura, è denotato dalle braccia annodate sul petto. Gli occhi vigilano mobili sul viso della Dottoressa, che gli sorride e scuote la testa, mentre boccoli biondi sfuggono al chignon e le ricadono lungo le gote.

- Va bene. Facciamo così: check generale?
- ...alright.

Domande mirate, a cui rispondere onestamente. Una check list che può affrontare, o così pare.

- Come vanno le cose al lavoro?
- Nel mio lavoro non va mai bene, Doc.
- Certo. Ma come si trova con il suo rientro? Si sta inserendo?
- Sì. Sto lavorando.
- Come si trova coi colleghi, vecchi e nuovi?
- Tutto normale.
- Nessun problema di inserimento?
- Non mi pare.
- Ha fatto nuove amicizie?
- Ho conosciuto nuovi colleghi.
- Qualcuno che le piacerebbe frequentare?
- Sa già chi mi piace frequentare. Nulla di nuovo. Well, forse uno.
- Forse?
- Sul lavoro non c'è tempo di socializzare troppo.
- Ma con Rebecca lo ha fatto.
- Con lei è diverso. L'ho incontrata prima. 
- Mh. E come vanno le cose tra voi, adesso? 
- Bene.

C'è la solita sintesi, ma anche  una convinzione nuova, che la Dottoressa non fatica ad individuare.

- E' successo qualcosa di nuovo, con Rebecca?
- Sì.

Ora Lucas sembra quasi sorridere. E' una curva così rapida e scivolosa che a Sharon Brewster sembra quasi averlo immaginato. Ma riesce a raccogliere la provocazione e continua, pazientemente, ad inondarlo di domande come se fossero gocce sulla roccia.

- Che cosa?
- Le ho chiesto di sposarmi. E mi ha detto di sì.

Sharon Brewster è sorpresa, e non lo nasconde. Lo osserva a lungo, piegando la testa di lato in modo quasi impercettibile. Come chi abbia davanti un rompicapo che lascia confusi, e allo stesso tempo scatena l'interesse.

- Questa è una ottima notizia. Congratulazioni, Agente Black. Sembra che lei abbia superato la sua paura.
- Grazie. ...Aspetti a farmele quando saremo sposati.
- Ha dei dubbi al riguardo?
- Assolutamente nessuno. Ma i guai sono sempre dietro l'angolo.
- Abbiamo già parlato di questo suo atteggiamento negativo. Non l'aiuterà a lasciarsi alle spalle quello che è accaduto.

Lucas Black  si irrigidisce, perdendo ogni traccia di quella morbidezza che il pensiero di Rebecca gli aveva instillato sotto pelle.

- Perché non è possibile farlo. 
- Deve farlo, Agente Black. O continuerà a consumarsi, e  a non dormire, fino a quando non riuscirà più svolgere il suo lavoro. E' questo che vuole?
- Ci sono cose che non possono essere semplicemente dimenticate.
- Nessuno le chiede di dimenticare. Ma io ho letto il suo fascicolo, e lei non ha assolutamente nulla di cui biasimarsi.
- Questo lo dice lei.
- Lo dico io, e lo dicono tutti i suoi superiori, e chiunque abbia una security clearance che possa fornire dettagli su quanto accaduto. Lei ha svolto il suo compito e ha agito in modo da preservare la sua vita e quella dei suoi compagni.
- Ho fatto quel che dovevo. Non significa che sia stato giusto.







sabato 23 aprile 2016

You need to believe

E' ormai notte fonda quando fa ritorno ad Appleby Street, dopo una lunga giornata trascorsa tenendo la mente occupata col lavoro. Apre la porta con calma e per un attimo gli sembra di sentire il profumo di Rebecca, mescolato alle fiamme del camino che -per un certo periodo- ammiravano insieme ogni sera prima di andare a dormire.
Il camino è acceso e c'è qualcuno seduto sul divano, ma non è Rebecca.
A salutarlo per primo non è comunque la figura dormiente, ma un ammasso di muscoli e pelo che arriva a picchiargli il tartufo umido contro la gamba.

-Hey, buddy.

Si piega sulle ginocchia, lento ma senza timori. La cautela rispettosa dovuta alle esperienze dell'animale si è sciolta pian piano, raggiungendo la confidenza sciolta che si sviluppa tra due compagni d'arme dopo un difficile percorso insieme. Non lo ammetterebbe mai facilmente e ad alta voce, ma si è affezionato al cane non appena lo ha visto.
"Questa casa è troppo grande per noi due soli. Ho deciso che prenderemo due cani." 
La voce di Rebecca emerge dai sui ricordi, strappandogli un sorriso pieno di dolore. Prende tra le mani il muso del cane e si china, poggiando con la fronte su quella pelosa dell'animale. 
"Una è una trovatella abbandonata, l'ho trovata al canile. Poi c'è un pitbull: lo hanno salvato dai combattimenti clandestini ed è un cane difficile, ma noi lo prenderemo. Perché tu hai bisogno di credere che ci sia una possibilità di redenzione. Che si può cambiare, si può imparare ad essere migliori. Che non è tutto nero o bianco senza via di salvezza."  
L'american pitbull lo guarda: negli occhi azzurri sembra viaggiare una consapevolezza umida che non ha bisogno di parole. E' come se sapesse. Come se Duke percepisse il suo dolore e di certo può percepire l'assenza di Rebecca, da una casa che lei ha lasciato perché Lucas non era stato in grado di capire.  
In realtà si sono trovati: l'avvicinamento tra uomo e animale è stato un processo lento;  figlio dell'istinto e del reciproco riconoscimento. Hanno entrambi troppe cicatrici sul corpo e ancora di più sotto la pelle, invisibili all'occhio. Entrambi tendono a  non fidarsi degli sconosciuti: l'addestramento alla famigliarità è stato lungo, faticoso.  E' arrivato a chiudersi nella sua gabbia con lui e mangiare da una ciotola uguale a quella per Duke, per spingerlo ad avvicinarsi senza troppa paura. 
Duke non ha mai legato veramente con Mags -la trovatella adottata da Rebecca-, ma ha sofferto la mancanza di Lucas ogni giorno dopo la sua partenza. 
Non è un caso che lei lo abbia invitato a riprenderlo con sé, pur temporeggiando sul suo invito a tornare a dividere la stessa casa. 
"Diamoci tempo. Non...voglio abituarmi ancora a dormire insieme a te e aspettare che tu sparisca di nuovo."
Il destino ha uno strano senso dell'umorismo, e mentre Liam O'Connell si desta e si alza dal divano, mugugnando qualcosa sul ritardo dell'amico, Lucas Black pensa alla crudeltà insopportabile di una vita senza di lei.
"Resta qui. Per favore ti voglio qui." Gli ha detto, nel soggiorno della sua casa tutta spigoli e linee rette che Lucas ha odiato dal primo istante.
E' rimasto. Ha scelto lei, perché non esiste altra scelta possibile.
Non immaginava che sarebbe stata lei a sparire, solo pochi giorni dopo.